giovedì 19 agosto 2010
mercoledì 30 giugno 2010
DOSTOEVSKIJ Pensieri piccola casa editrice ACQUAVIVA
giovedì 17 giugno 2010
venerdì 24 ottobre 2008
Filosofia del racconto (Pagine:267)
Narrerò sempre storie e ogni storia che vi racconterò avra come sottofondo una ricerca, qualche volta disperata ma altre volte molto serena, del senso della vita, e congegnato con questa ricerca, il segreto delle storie, cioè la voglia intima e nascosta di comunicare un progetto di felicità, un progetto di liberta, un progetto di amore. E questo il vero motivo: comunicare un progetto di Storia d'Amore Felice. Sarà chiaro nella conclusione.
Comincio col narrarvi una storia del 525 a.C. Ascoltatela cosi come è non state li a vedere cosa può significare. Lo scopo è dimostrarvi con questa narrazione che Bloch cita nel libro Tracce e che fu congetturata dal primo "romanziere" dell'umanità che è Erodoto (il primo narratore e storico greco), come sia possibile non solo tirare fuori dei pensieri molto originali, ma tirare dentro al pensiero quello che noi stessi siamo, quello che vogliamo e, dice Ernst Bloch, quel che ancora non capiamo di ciò che siamo adesso, qui e ora. Entriamo immediatamente in mezzo alle cose. C'era Cambise, il re della Persia figlio di Ciro, che si era messo in testa di mettere a ferro e fuoco l'Egitto, cosa che effettivamente fece. Perchè? Perchè una volta suo padre aveva chiesto al faraone Amasi di mandargli una moglie, ma non una moglie qualsiasi bensì la sua stessa figlia. Era stato spinto a far ciò dalla collera di un medico che era stato mandato per forza in Persia a curare gli occhi di Ciro. Aveva lasciato in in Egitto la moglie e i figli, ma l'aveva giurata al suo faraone e adesso stava li a dare consigli malefici a Ciro per metterlo in contrasto con Amasi.
E infatti Amasi entro in grande dilemma con se stesso: Ciro gli aveva chiesto in moglie sua figlia, ma questo imperatore della Persia aveva già una cinquantina di mogli e praticamente aveva chiesto una concubina. Però se Amasi rifiutava poteva succedere qualche guaio. I Persiani infatti a quell'epoca aggredivano tutti i popoli vicini, quindi Amasi era inquieto, temeva la potenza della Persia ed era indeciso sul da farsi. Mandare la figlia significava mandarla alla perdizione, non mandarla significava inimicarsi il re della Persia, allora usò questo stratagemma. Mandò a Ciro la figlia del faraone che aveva ucciso e spodestato. La vestì come una principessa e la mandò in Persia: "Questa è mia figlia".
Dostoevskij: I Kamazov -tomo secondo- (Pagine: 506)
Faremo adesso un passo indietro e due avanti. Vorrei illuminare più a fondo e meglio, effettivamente ne vale la pena, un'idea originale di Dostoevskij che è questa:
"La vita può anche non avere senso, ma non per questo perde il suo valore".
E' una convinzione, è un'idea appunto nuova, come le chiamava lui, assolutamente dostoevskijana e permette a Dostoevskij di analizzare e di comprendere a fondo il Nichilismo e allo stesso modo tentare di superarlo.
Questo e abbastanza importante perchè Dostoevskij non risponde al Nichilismo, nel senso che non da la certezza dell'uscita dal Nichilismo, assolutamente no, però rimane all'interno della stessa domanda che il nichilista pone, cioè: "Questa vita vale la pena di essere vissuta?". Naturalmente il nichilista tende a rispondere "No, non vale la pena di essere vissuta perchè il senso non esiste". Anche a questa affermazione Dostoevskij non rimane disarmato e risponde:
"Bene, può anche non esserci il senso. La vita vale la pena di essere vissuta lo stesso".
In questo si inserisce anche la rivolta di Ivan Karamazov, da incanalarsi in questo campo problematico.
Volevo soffermarmi un pò su quest'idea che effettivamente è un'idea assolutamente dostoevskijana. Perchè di solito come ci si atteggia davanti al Nichilismo? O eludendo la domanda del Nichilismo, cioè facendo finta che non ci sia, oppure facendo risplendere di luce che, tutto sommato può anche risultare abbastanza falsa, abbastanza ipocrita, la risposta. Cioè, quanto più illuminate è la risposta, che il senso c'è e quindi tutte le ragioni, tutte le pratiche intorno a questo senso della vita, tanto più si sbiadisce la domanda del nichilista.
Dostoevskij: I Karamazov -tomo primo- (Pagine: 568)
IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO. Questo racconto Dostoevskij lo pubblicò nella sua rivista personale; perchè, tra le altre cose, ebbe anche la forza, la possibilità e la potenza di scrivere una rivista, che redigeva per intero da solo. Naturalmente questa rivista è diventata famosa. Si chiamava Diario di uno scrittore. Dostoevskij scriveva anche per un'altra rivista, ma litigò con l'editore (in questi tempi, siamo nel `77, Dostoevskij ha 57 anni) ed è la moglie che lo aiuta. Da solo non sarebbe mai stato capace di organizzarsi, (e adesso vedremo perchè non ne era capace) di inquadrare la propria vita con caratteri concreti, poiché stava sempre ad almanaccare sui suoi problemi, con i suoi pensieri.
Dostoevskij è uno di quegli artisti di carattere romantico intendendo romantico proprio nel senso specifico, culturale di Romanticismo, cioè di quegli artisti assoluti che non scrivono due ore al giorno e passano le altre otto ore al bar a bere birra tranquillamente oppure se ne vanno a fare un lavoro part-time per tre quattro ore.
Dostoevskij viveva la sua condizione di scrittore sempre, se volete anche quando dormiva. E scopriremo che è vero, che una delle componenti particolarmente originale di Dostoevskij è la sua valutazione del sogno nell'ambito dell'esistenza dell'uomo, cosa che lo metterà a contatto con la teoria di Freud. Diranno però cose completamente diverse, perchè per Dostoevskij il sogno era quasi un completamento dello stare svegli, e lo stare svegli era una continuazione dello stato di sogno e quindi i due stati della vita dell'uomo non si precludevano a vicenda. Si può dire che il sogno che l'uomo fa dormendo è quasi simile ai sogni che l'uomo fa quando e sveglio.
Dostoevskij: Teoria dell'amore (Pagine: 475)
Cercherò di darvi una introduzione di carattere generale de L'Adolescente, del nerbo, del succo più importante che, dal punto di vista del pensiero, vien fuori da questo romanzo. Naturalmente per ovvi motivi sarò costretto a essere molto concettoso o anche un po' astratto, però devo farlo, altrimenti non riesco a isolare le idee e a farvele vedere.
Tutto sommato, questo romanzo è assolutamente atipico nella sia pur vastissima produzione di Dostoevskij. In questo romanzo Dostoevskij, secondo me volutamente, predilige il caos, proprio in senso letterale. Questo romanzo è formato da una massa magmatica di avvenimenti, di aneddoti, di storie messi assieme. La trama non c'è. Ci sono vari personaggi principali attorno a cui le storie vanno ad affastellarsi, ma l'incipit, il prosieguo e la conclusione della storia non ci sono secondo me volutamente; anche se molti critici hanno addossato proprio a questa caratteristica unica nella produzione di Dostoevskij un difetto macroscopico.
Vi cito uno dei suoi contemporanei, un indizio a caso, che è di Turgenev: "Dostoevskij si è compiaciuto di scrostarsi le sue ferite sanguinolente e gramose, ne ha fatto una brodaglia e ce l'ha propinata". Praticamente Dostoevskij ha messo insieme una sbobba vomitosa, secondo Turgenev, e ha detto: "Tie, bevete".
E altri ancora dissero:
"Dostoevskij ha svuotato tutti i cassetti di tutto quello che aveva scritto nelle vane epoche della sua vita, lo ha messo insieme e ha tirato fuori questo romanzo". Questo naturalmente nell'intimo; poi questa è l'ipocrisia dell'animo dell'uomo. Turgenev che proprio in questi anni in una enciclopedia a carattere europeo andava compilando la vita dei grandi scrittori russi, indicò ai compilatori francesi che volevano sapere il nome del più grande, il nome di Dostoevskij, uniformandosi al giudizio di tutti. Scrisse anche a Dostoevskij una lettera dove disse:
"E si devi essere certamente tu. Tu sei il più grande fra noi". Questo naturalmente nell'intimo aveva espresso quei giudizi che v'ho detto prima.
Dostoevskij: I nichilisti (pagine: 594)
Il semplicismo di Dostoevskij non e mai semplicismo, state sempre attenti con Dostoevskij che anche quando dice una cosa molto banale non è assolutamente semplicistico. E' semplice, e terra terra, dice pane al pane e vino al vino e quando uno dice la verità dice sempre delle cose molto forti e quando uno dice delle cose molto forti si è tentati di non crederci. Perchè? Perchè ognuno di noi ha la propria interpretazione della realtà, ha una propria concezione anche se non è una concezione con la c maiuscola e anche se nessuno di noi stampa dei libri per propagarla, però bene o male ce l'abbiamo.
Con Dostoevskij, se uno si accosta ai suoi romanzi, una delle caratteristiche prime della sua capacità artistica è che vi scrolla cioè non siete più sicuri di quello in cui credete perchè lui dice la verità. Dice la verità nei suoi stessi confronti. E' quella la sua posizione vincente: si è assunto come obbiettivo primo nella sua opera di romanziere di dire soprattutto la verità nei suoi confronti, di non nascondere assolutamente niente. Naturalmente da questo punto di vista per lui è gioco facile far diventare trasparenti gli altri. Che ne so, un omicida un assassino può essere un santo, un principe può essere un miserabile. Quindi stravolge tutti quelli che sono i cardini fissi della normalità, della quotidianità, del buon senso generale. In questo romanzo lui va molto duro a descrivere i suoi personaggi. Per dire la verità anche nel resto della sua opera Dostoevskij è sempre molto ironico e cerca sempre di distaccarsi dal consueto. Vedremo che questa sua ironia non è assolutamente casuale, e sempre voluta e motivata da un punto di vista artistico e anche estetico.
La tematica di quest'opera I demoni non è assolutamente nuova in Dostoevskij. Voi pensate che il secondo romanzo che Dostoevskij ha scritto, a 27 anni, Il sosia ha già questa tematica assolutamente originale. Per intenderci Il sosia non è solamente il nostro doppio, ma è il nostro doppio che noi crediamo che sia una persona, questo e il sosia. Noi crediamo che sia una persona diversa da noi ma è sempre noi stessi cioè e l'IO spaccato. Questa è una tematica fondamentale del Romanticismo ma anche in tutta la filosofia dell'Ottocento e del Novecento, tempi nostri compresi. E' la spaccatura dell'Io, è l'alienazione dell'uomo che non è se stesso e in questo riconoscersi non se stesso si vede un'altra persona. Una persona che non soltanto è un'altra ma è anche nemica di noi stessi.
sabato 18 ottobre 2008
Dostoevskij: L'uomo buono (Pagine:391)
Vi parlerò per prima coca dei quattro anni che Dostoevskij passò in Occidente. Si era sposato con Anna Grigorevna, ed era stato costretto a lasciare la Russia per debiti. Non riusciva a pagare i debiti lasciati dal fratello, dal fallimento della rivista e dalla corte di umanità derelitta che gli stava perennemente alle calcagna, non ultimo il figliastro Pascja, la cognata vedova del defunto fratello Michail, i nipoti e poi certi suoi amici un po' parassiti che approfittavano sempre del suo buon cuore, perchè un buon pasto caldo da Dostoevskij poteva sempre uscire. Pascja non lavorava mai e continuava sempre a studiare. Sarà mantenuto sempre dal suo patrigno Dostoevskij anche quando avrà i suoi figli naturali. A un certo punto Anna aveva costretto Dostoevskij: "Dobbiamo andarcene perchè qui ci impediscono di fare la nostra vita. Tu mi hai fatto delle promesse. Mi hai promesso di vivere insieme e di essere felici ma questi ce lo impediscono".
E partirono, in luna di miele se volete. Doveva essere un viaggio che doveva durare tre mesi, sarà un viaggio che durerà quattro anni, con alti e bassi. Però in questi quattro anni Dostoevskij prenderà una massa di appunti enorme che gli serviranno perfino per scrivere I Karamazov, per la verità. Scriverà anche un romanzo compiuto e lo spedirà alla rivista "Il messaggero Russo" che si stampava a Mosca dal redattore Majkov un suo amico che lo aiuterà grandemente in questo periodo, perchè Dostoevskij cade di nuovo nella trappola del gioco e se ne andrà ora ad Amburgo, ora a Baden-Baden, ora a Ginevra, a giocarsi i suoi guadagni letterari e a mandare la famiglia appena formata perennemente sul lastrico. Cosi Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo fa dire a un suo personaggio, però lo possiamo benissimo dire di lui stesso:
"lo sono l'uomo che sta sempre sul limite e che non si accontenta di osservarlo, lo vuole varcare".
Iscriviti a:
Post (Atom)



